Annibale Carracci, Trionfo di Bacco e Arianna

Carpe diem quam minime credula postero

Edonismo e caducità nelle sentenze latine più famose

"Cogli l’attimo fuggente, confidando il meno possibile nel futuro". Il motto, assai noto e presente nella cultura odierna di tutti, è comunemente impiegato come esortazione ad assumere un atteggiamento mentale che, senza scrupoli, sia incurante del futuro e teso solo al godimento offerto dai piaceri tangibili del presente. Ma a chi spetta la paternità della sua coniazione?

Cogliere l’attimo: l’invito di Orazio

La prima formulazione del detto si rintraccia, in assoluto, nelle Odi oraziane. Qui (I, 11) il verso condensa con grande efficacia uno dei temi principali del poeta latino, la brevità della vita, la cui consapevolezza rende necessario appropriarsi tempestivamente delle gioie del momento per trarre da esse il massimo bene.



Non bisogna, però, scadere in fraintendimenti. Le parole di Orazio non devono essere lette nel senso di un banale invito al piacere: la capacità di cogliere l’istante coincide con una delle maggiori virtù del saggio, il quale affronta gli eventi, quali che essi siano, e li accetta contando solo sul presente, vivendo ogni giorno come fosse l’ultimo e armandosi del solido ricordo della felicità già vissuta e goduta contro la paura della morte e della sventura.



A conferma della centralità del motivo nella produzione oraziana, sollecitazioni analoghe si ritrovano in diversi altri luoghi testuali dell’autore, quali ad esempio, al di là di altre Odi (I 4, II 16, III 8, IV 7), le Satire e gli Epodi:

Rapiamus, amici,
occasionem de die


Cogliamo, amici miei,
l’occasione sull’istante
Epodi, 13, 3
Carpe viam, mihi crede, comes, terrestria quando
mortalis animas vivunt sortita neque ulla est
aut magno aut parvo leti fuga: […].


Prendi la strada, in mia compagnia, credimi, poiché le creature terrestri vivono avendo avuto in sorte anime mortali e non c’è scampo alcuno alla morte per il grande o il piccolo: […].
Satire II, 6, vv. 93-95
quadro di Giacomo Di Chirico, Quinto Orazio Flacco (1871). Venosa, Pinacoteca Comunale.
Giacomo Di Chirico, Quinto Orazio Flacco (1871). Venosa, Pinacoteca Comunale.

Ad oggi il detto viene utilizzato, commercialmente, in titoli di canzoni, come nome di ditte e negozi di beni non essenziali, di agenzie turistiche, di ristoranti, di hotel e di enoteche. Ha tuttavia acquisito maggiore fama grazie al film di Peter Weir del 1989, L’attimo fuggente. In letteratura, una formula similare la si ritrova nella Canzona di Bacco (o Trionfo di Bacco e Arianna) di Lorenzo de’ Medici.



Molti altri autori latini hanno espresso lo stesso vitalistico incoraggiamento. Tra questi si possono menzionare Ovidio con Utere temporibus (’Sfrutta il momento felice’, Tristia IV 3, v. 83), Seneca con Protinus vive! (’Vivi senza incertezze’, IX, 1), Marziale con Vive hodie! (’Vivi oggi’, Epigrammi I 15, v. 12) e Persio con Carpamus dulcia (’Cogliamo ciò che v’è di dolce’, Satire 5, v. 151).

Una grande raccolta di proverbi, motti e citazioni latine e greche.

A proposito di Motti e sentenze latine:

Dizionario delle sentenze latine e greche di Renzo Tosi

Una grande raccolta di proverbi, motti e citazioni latine e greche.

La fuga dell’occasione

Afferrare l’istante significa essere in grado di sfruttare al meglio il momento e quindi l’occasione propizia di cui esso è foriero. Proprio l’importanza di prendere al volo l’occasione è stata tale, infatti, da aver lasciato traccia nei repertori di sentenze e proverbi.



Catone, nei suoi Disticha (o Dicta), scrive:

Rem tibi quam scieris aptam dimittere noli
Fronte capillata, post haec occasio calva.


Non lasciar perdere qualcosa che sai che ti va bene
L’occasione ha la fronte coperta da capelli e la nuca calva.
Catone, Disticha, 2, 26

Il Censore recupera qui una tradizione iconografica antica alquanto diffusa, secondo la quale l’occasione sarebbe in possesso di una chioma folta solo sulla fronte che le permette di poter essere afferrata ma solo quando essa si presenta davanti, sfuggendo definitivamente una volta passata (poiché calva, invece, sulla nuca).



Ancora, nel Medioevo questo topos si ritrova in uno dei Carmina Burana, Fortunae plango vulnera, e più avanti, in epoca manierista, ad esso Giovan Battista Marino vi dedica un’ottava del suo Adone:

L’Occasion, ch’è nel fuggir sí presta,
vide un giorno per l’aria ir frettolosa.
Suora minor de la Fortuna è questa,
e tien le chiavi d’ogni ricca cosa.
L’ali ha su ’l tergo, e di vagar non resta
sempre andando e tornando, e mai non posa.
Lungo, diffuso e folto il crine ha, salvo
verso la coppa, ov’è schiomato e calvo.
Marino, Adone, VI, 193
Kairós, bassorilievo in marmo di età ellenistica. San Pietroburgo, Museo Statale dell’Ermitage.
Kairós, bassorilievo in marmo di età ellenistica. San Pietroburgo, Museo Statale dell’Ermitage.

Il greco antico possiede due parole per indicare il tempo: kronos, la "durata", e kairós, il momento opportuno. Come il primo, anche il secondo concetto fu incarnato in una divinità, per la cui rappresentazione intervenne l’ultimo grande scultore classico Lisippo (IV secolo a. C.) il quale, per Alessandro Magno, eresse una statua bronzea che rappresentava il kairós come un giovane nudo, con il piede sinistro su una sfera o una ruota e in mano il rasoio e la bilancia, suoi attributi.

La fuga del tempo

La premura del saper cogliere l’attimo si lega strettamente alla coscienza del consumarsi progressivo della vita verso la morte e, quindi, della fugacità del suo tempo. E anche di essa il passato ne ha voluto fare una massima sempre valida.



Un’espressione di particolare successo è quella presente nelle Georgica di Virgilio: fugit inreparabile tempus (o, più semplicemente, tempus fugit). Malgrado l’accezione esistenziale assunta nel corso degli anni, l’uso che ne fa il poeta appare invece lontano da qualsivoglia riflessione di spessore. Difatti, la frase deriva dalla semplice constatazione dello stesso per cui il tempo, all’agricoltore impegnato nel suo lavoro, passa velocemente:

Sed fugit interea, fugit inreparabile tempus,
singula dum capti circumvectamur amore.


Ma fugge intanto, fugge irreparabile il tempo,
mentre presi dall’amore indugiamo a descriverlo.
Virgilio, Georgica, III, vv.284-285

Non a caso Seneca, nelle Epistole (108, 24), cita tale verso dichiarando che esso, più che a un filosofo, risulta utile a un grammatico poiché fornisce un esempio della forma verbale di fugit. E sulla stessa linea si muove anche Dante, il quale ripropone la sentenza virgiliana non riferendosi spiritualmente al tempo della vita umana ma a quello dell’anima interamente assorta in un interesse specifico:

E però, quando s’ode cosa o vede
che tegna forte a sé l’anima volta,
vassene il tempo e l’uom non se n’avvede;
[…].
Dante, Purgatorio, IV, vv. 7-9
Otto van Veen, Allegoria del Tempo (1607)
Otto van Veen, Allegoria del Tempo (1607)

Non alla latinità classica ma a quella medievale risale l’Hora ruit ("il tempo corre via"), la cui notorietà è soprattutto dovuta al fatto che il celebre giurista e teologo olandese Huig de Groot ne fece il suo motto. In generale, trova largo impiego su orologi antichi (specie in epoca barocca) e meridiane, come denominazione di vini, osterie, enoteche, e infine in ambito letterario a partire dall’Otto-Novecento. Due esempi italiani sono Carducci (che ne fa il titolo di una delle sue Odi barbare) e D’Annunzio:

Era una piccola testa di morto scolpita nell’avorio con una straordinaria potenza d’imitazione anatomica. Ciascuna mascella portava una fila di diamanti, e due rubini scintillavano in fondo alle occhiaie. Su la fronte era inciso un motto: RUIT HORA; su l’occipite un altro motto: TIBI, HIPPOLYTA. Il cranio si apriva, come una scatola, sebbene la commessura fosse quasi invisibile. L’interior battito del congegno dava a quel teschietto una inesprimibile apparenza di vita. Quel gioiello mortuario, offerta d’un artefice misterioso alla sua donna, aveva dovuto segnar le ore dell’ebrezza e col suo simbolo ammonire gli spiriti amanti.
D’Annunzio, Il piacere, cap. III
Il più famoso romanzo di Gabriele D'Annunzio, primo dei cosiddetti "tre della Rosa"

A proposito di Gabriele D'Annunzio:

Il piacere di D'Annunzio

Il più famoso romanzo di Gabriele D'Annunzio, primo dei cosiddetti "tre della Rosa"

Huig de Groot (italianizzato Ugo Grozio, 1583-1645) fu giurista, teologo, filologo, storico, poeta e politico olandese. Viene soprattutto ricordato per essere considerato il fondatore della “scuola del diritto naturale”, meglio nota come giusnaturalismo.



Per concludere, in un passo della Prima epistola di Giovanni (2, 17) si legge: «Et mundus transit, et concupiscentia eius» (’Passa il mondo insieme alla sua concupiscenza’). Da esso deriva la formula Sic transit gloria mundi (’Così passa la gloria del mondo’), resa altresì popolare dal cerimoniale di incoronazione papale nel quale veniva pronunciata: il maestro cerimoniere, infatti, mostrava al pontefice eletto un ciuffo di stoppa sopra una canna d’argento e, dopo averla accesa, recitava tali parole.

Il piacere delle cose presenti

Lo slancio vitale del motto oraziano, benché estraneo a ogni possibile intento edonistico, non è tuttavia stato risparmiato da tentativi di lettura in questo senso che da esso hanno prodotto tutta una serie di sentenze dal forte sapore mondano, di gran lunga differenti dall’intimo significato del detto originale.



Una di queste è la famosa Edamus, bibamus, gaudeamus! (’Mangiamo, beviamo, godiamo!’, talvolta completata con Post mortem nulla voluptas, "Dopo la morte non v’è nessun piacere") presente, secondo le testimonianze degli storici greci Strabone e Arriano, nell’epigrafe posta sulla tomba del mitico re assiro Sardanapalo, rinomato per il suo stile di vita lussurioso. Il suo successo è però dovuto all’uso fattone, in ambito biblico, in un passo del libro di Isaia (22, 13) e da san Paolo nella prima Lettera ai Corinzi (15, 32).

dettaglio del quadro Eugène Delacroix, La morte di Sardanapalo (1827).
Eugène Delacroix, La morte di Sardanapalo (1827), dettaglio.

L’invito al bere costituisce l’incipit di un canto medievale, reso poi celebre dall’applicazione di Goethe in una sua poesia del 1810, che recita:

Ergo bibamus, ne sitiamus, vas repleamus,
vas vacuemus, dilapidemus, quidquid habemus.
Morte gravabimur, expoliabimur.


Beviamo dunque, per non aver sete; riempiamo il bicchiere,
vuotiamo il bicchiere, dilapidiamo tutto ciò che abbiamo.
Saremo oppressi dalla Morte, saremo spogliati.

In connessione col tempus fugit di Virgilio è il Dum fata sinunt, vivite laeti! tratto dall’Hercules furens senecano (in circolazione anche nella forma di Dum vivimus vivamus!, "Finché viviamo, godiamoci la vita!").



Riprendono, infine, la raccomandazione di Orazio a non curarsi di ciò che sarà, concentrandosi solo sul tempo presente, massime come In diem vivere, desunta da una lettera di Plinio il Giovane (Qui, voluptatibus dediti, quasi in diem vivunt, vivendi causas quotidie finiunt, "Coloro che, dediti ai piaceri, vivono per così dire alla giornata, esauriscono ogni giorno le motivazioni della vita"), o quella tratta dal vangelo di Matteo (Sufficit diei malitia sua, "A ogni giorno basta il suo affanno").