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Letteratura
Dante Alighieri

Dante Alighieri: curiosità, aneddoti e leggende

Fatti e detti memorabili su un Dante Alighieri inedito

A fianco della ricca tradizione manoscritta e critica legata al nome di Dante, se ne colloca una ulteriore altrettanto copiosa di carattere strettamente aneddotico, la quale ha senza dubbio il merito di contribuire in primo luogo all'incremento del già notevole rilievo che è proprio della figura del Sommo Poeta fiorentino.

Sono molte le personalità, note e meno note, impegnate ad alimentare nei secoli quella che con le parole del dantista Giuseppe Lando Passerini (1858-1932) si può definire una «leggenda in formazione», tanto è lo spessore non solo culturale ma anche umano - in senso lato - della persona di Dante. Ma non bisogna tuttavia lasciarsi affascinare troppo dalla vivacità narrativa di queste penne del passato, il più delle volte animate da un estremo piacere del racconto orientato non alla trasmissione del dato oggettivo e veritiero ma alla più squisita ricerca del dettaglio curioso e romanzesco, inteso a suscitare nel lettore o nell'uditore sorpresa e quindi interesse.

Molte delle vicende attribuite alla vita e all'operato di Dante sono state infatti, negli anni, assai ridimensionate e circoscritte al loro - più probabilmente corretto - statuto di apocrife: o per ragioni di inattendibilità contestuale (ad esempio per incoerenze cronologiche), o perché prossime all'assurdità tipica delle fantasticherie del volgo, oppure - come si verifica soprattutto per gli aneddoti legati a celebri personaggi storici del tempo - perché più antichi dell'epoca di Dante e di volta in volta attribuiti a uomini illustri (e dunque non elementi originali ma piuttosto di riuso).

Indiscutibile rimane comunque l'utilità, per così dire, sociologica di tali notizie relative al Nostro: è grazie alla loro lettura e circolazione che è possibile capire quale fosse l'immagine di Dante nella percezione popolare, quanto fosse noto alle masse, di quale apprezzamento godesse e quale fosse il grado d'importanza da essa rivestito. E di certo si noterà quanto poco o niente si posò l'ombra dell'oblio sulla memoria del «ghibellin fuggiasco» lungo l'arco temporale fino ad ora trascorso.

particolare dal San Girolamo di Antonello da Messina

Il pavone del Boccaccio e altri prodigi

Fra i più famosi e prossimi estimatori del genio dantesco vi fu il Boccaccio, che all'opera del Fiorentino dedicò buona parte del suo interesse di studioso e della sua sensibilità di fine critico letterario, senza nemmeno tralasciare la prestigiosa impresa di stilare una biografia autorevole del Poeta (nota con il titolo di Trattatello in laude di Dante) nella quale, però, pare non riuscire a contenere la propria vena di novelliere professionale, andando a puntellare di volta in volta lo scritto di brevi digressioni che riportano la testimonianza di episodi eccezionali, fuori dal comune, a dimostrazione della particolare alterità distintiva di Dante.

E ciò addirittura fin da prima della sua nascita. Si legge infatti, quasi in apertura di libello (I, 17-18), di un sogno avuto dalla madre del Poeta, madonna Bella, circa il parto di un figlio il quale, appena messo alla luce,

[…] in brevissimo tempo, nutricandosi solo delle orbache [piccole noci prodotte dall'alloro], le quali dello alloro cadevano, e delle onde della chiara fonte, le parea che divenisse un pastore, e s'ingegnasse a suo potere [per quanto gli era possibile] d'avere delle fronde dell'albero, il cui frutto l'avea nudrito; e, a ciò sforzandosi, le parea vederlo cadere, e nel rilevarsi non uomo più, ma uno paone [pavone] il vedea divenuto.

Tralasciando il principale intento dell'autore di ampliare l'eco del talento poetico di Dante facendone dote innata e di origine celeste (considerata la percezione divina che i medievali avevano delle visioni oniriche), Boccaccio in questo caso non fa altro se non inserirsi nella nutritissima tradizione dei sogni premonitori e di madri preannunzianti la grandezza dei figli di cui abbondano tanto la letteratura antica quanto quella medievale.

💡 Lo sapevi? Anche nella Commedia si leggono di simili episodi onirico-profetici: in Paradiso XII (vv. 58-60, 64-66) il Poeta racconta della premonizione che ebbero in sogno tanto la madre di San Domenico (la quale sognò un cane bianco e nero con una fiaccola nelle fauci tramite la quale incendiava il mondo, rimando ai colori della veste domenicana e all'ardore al bene che contraddistingueva la missione dell'ordine) quanto la madrina di lui (cui apparve con una stella in fronte ad annunciare il suo ruolo di guida dei popoli alla salvezza).

Sempre Boccaccio riferisce, negli ultimi capitoli del Trattatello (XXVI, 183-189), della «mirabile visione» che il figlio di Dante - Jacopo - ebbe del padre all'ottavo mese dalla sua morte: non reperiti, alla scomparsa del Poeta, gli ultimi tredici canti del Paradiso, al punto che in molti disperarono e non persero occasione di invitare la prole dello stesso (anche Piero «era dicitore in rima», seppur in misura minore rispetto al fratello) a completare il capolavoro paterno, accadde che una notte al giovane Jacopo si presentò il fantasma del genitore «vestito di candidissimi vestimenti e d'una luce non usata risplendente nel viso»; a questi chiese se fosse riuscito a completare la Commedia prima della sua dipartita e, alla risposta affermativa dello spettro, lo seguì fin nella camera da letto dove, su indicazione dello stesso, ritrovò le carte tanto agognate nascoste in «una finestretta da niuno di loro mai più veduta, né saputo che ella vi fosse», già vittime della muffa.

La natura 'straordinaria' che Dante dimostrò di avere in queste occasioni giovò alla sua fama sì da vedersi associate, fin da subito, qualità magiche negli atti e nelle parole. Secondo Franco Sacchetti (1335-1400), il rimatore ferrarese trecentesco Antonio Beccari (1315-1373), avendo perduto al gioco, pare decise di offrire due ceri sottratti dinnanzi ad un Crocifisso al sepolcro di Dante a Ravenna, raccomandandosi a lui in virtù del riconoscimento che dimostrava di avere nei confronti della grandezza del Poeta. E ancora, si narra delle fitte affluenze alle declamazioni del Fiorentino, assai frequentate almeno fino a quando venne punito da Dio per aver attribuito a sé stesso le facoltà di cui disponeva, vedendosi confusa la mente di fronte agli uditori.

Dante: un 'volgare' fiorentino

Se un tale eccesso di superbia potrebbe risultare dissonante con l'attenzione che Dante riservò all'esercizio delle virtù morali, sarebbe forse possibile invece scorgere un fondo di verità dietro le notizie inerenti al carattere e al comportamento che soleva adottare nelle varie circostanze della sua quotidianità.

Su questo aspetto narratori e biografi non risparmiano la minima indiscrezione nel divulgare l'indole aspramente caparbia del Poeta, altresì rinomato per non essere un modello di pazienza e sopportazione. Dettaglio nel quale alcuni, come il Sacchetti, rintracciano una delle ragioni della sua successiva condanna al confino.

Proprio quest'ultimo informa delle accese reazioni di Dante contro chi osava storpiare, recitandoli, i suoi versi con scarsa fedeltà e in modi poco opportuni, punendo l'infrazione persino ricorrendo alle maniere forti: così accadde con l'asinaio il quale, «cantando il libro di Dante […] quando avea cantato un pezzo, toccava l'asino e diceva: Arri», buscò «una grande batacchiata sulle spalle» dal Nostro per quelle sue deliberate aggiunte del tutto estranee all'originale; o con il fabbro, alla cui poco gradita interpretazione delle sue rime il Poeta prese a gettargli gli attrezzi per la via, ammonendolo affinché non guastasse la sua unica arte.

💡 Lo sapevi? Il fatto che persino fabbri e asinai declamassero le composizioni di Dante dimostra quanto egli fosse già assai noto presso il volgo, ma il «libro» cui si fa spesso riferimento non può trattarsi della Commedia, trovandosi ancora l'autore - almeno relativamente ai racconti riportati - nel contesto del comune fiorentino. Più probabile è, invece, che a circolare fossero i testi danteschi oggi conosciuti sotto la generale etichetta di Rime, man mano pubblicati dopo essere stati composti.

E non fu da meno al cospetto di nobili e sovrani: Petrarca (nel libro II delle Res memorandae) rivela l'antipatia di Cangrande della Scala per Dante, resosi inviso agli occhi del signore di Verona - presso cui era esule ospite - a causa della libertà mostrata «per l'orgoglio suo, nel costume e nelle parole»; allora un giorno, avendo Cangrande esaltato il favore di cui godeva un giullare di corte, cosa che il Poeta non poteva vantare, gli chiese per scherno la ragione di questo fatto insolito, premessa la sua tanto apprezzata sapienza;
Dante rispose:

Nessuna meraviglia n'avresti, […], ove tu conoscessi esser cagione dell'amicizia l'uguaglianza de' costumi e la simiglianza degli animi!

Persino al re di Napoli Roberto d'Angiò (1276-1343) non le mandò a dire: Giovanni Sercambi (1348-1424)  descrive il duplice incontro fra i due sottolineando l'inadeguata accoglienza del regnante nei confronti del Poeta il quale, da questi invitato a soggiornare presso la sua corte per poter godere del noto Genio fiorentino, giunto «vestito assai dozzinalmente, come soleano li poeti fare» non gli venne riservata alcuna particolare cortesia, sicché consumato il pasto abbandonò il palazzo e riprese il suo viaggio di esiliato; al richiamo del re ritornò a Napoli e «di una bellissima roba si vestio», ricevendo un benvenuto degno del suo nome. Ma Dante, preso posto «in capo di taula», iniziò ad afferrare il cibo servito e a sfregarselo addosso, spingendo il monarca a chiedere ragione di tale 'bruttura'. Al che rispose il Nostro:

Santa corona, io cognosco che questo grande onore ch'è ora fatto, lo avete fatto a' panni; e pertanto io ho voluto che i panni godano le vivande apparecchiate. E che sia vero ciò che vi dico, sembrami non essere ora men di senno che non fui poiché in coda di taula fui assettato e questo allora fue perchè era malo vestito; et ora con quel senno avea son ritornato, e ben vestito mi avete fatto stare in capo di taula.
statua di Dante a Napoli

Di tutte le opere di Dante

La perlopiù fantasiosa tradizione testimoniale sull'Alighieri non si è tenuta distante nemmeno dal toccare una questione tipicamente spigolosa come quella della produzione letteraria di un autore. E da questo punto di vista, il Dante poeta e teorico si è visto letteralmente smembrato e ricomposto, sotto operazioni di addizione e sottrazione, nelle più stravaganti ricostruzioni documentarie.

Sicché al Fiorentino venne tolta la paternità del Convivio, assegnato al figlio Jacopo, o del De vulgari eloquentia che per un certo tempo passò per la penna di Torquato Tasso, sino ad arrivare alla dichiarazione della stesura da parte di ignoto del canto XI dell'Inferno (sul peccato dell'usura), cui si deve la responsabilità della strutturazione in 34 componimenti della prima cantica, contrariamente a quanto avviene nelle altre due successive.

Non meno singolari risultano le attribuzioni improprie: i versi in morte dell'imperatore Arrigo VII, di mano di poeti come Sennuccio del Bene (1275-1349) e Cino da Pistoia (1270-1336), passarono a quella di Dante, così come l'iscrizione funebre allo stesso malgrado fosse stata scritta quasi due secoli dopo l'evento; e c'è chi parla di un trattato sulla natura dei pesci che Dante avrebbe compilato immerso nella pace del paesaggio del fiume Tolmina (oggi Tolminka, in Slovenia, a 12 km dalla valle italiana dell'Isonzo). Senza dimenticare, secondo quanto afferma Rosa Errera (1864-1946), che per alcuni egli fu persino «un autentico tedesco, tedesco di nome e di lineamenti, d'ingegno e d'idealità», anticipatore di scoperte scientifiche moderne, massone e socialista, precursore di Lutero.

Quanto sintetizzato in merito certo restituisce solo una parte di quella 'messe' rigogliosa di bizzarrie tra le quali gli studiosi hanno avuto il dovere di districarsi per riportare alla luce quanto di più vero possibile sul conto di Dante. E se alcune questioni autoriali sono ormai oggi più o meno assodate (il riferimento va ai due poemetti giovanili de Il Fiore e del Detto d'amore, grazie soprattutto al lavoro del filologo e dantista Gianfranco Contini - 1912-1990), altre rimangono ancora salde tra le catene del dubbio. Ed è il caso del cosiddetto Credo in terze rime.

Circola in merito una novella ambientata nello scenario della Ravenna in cui Dante, accolto dal signore locale Guido Novello da Polenta, trovò ospizio fino al giorno della morte. Già noto a tutti «per il libro suo» (la Commedia), tuttavia «molte persone nollo intendevano, e dicevano ch'egli era erramento di fede». Sicché un giorno, in una chiesa della città, «un savio frate Minore, […] inquisitore» si fece presso il Poeta - spinto dalle medesime convinzioni dei tanti lettori dell'opera incriminata - per muovergli un rimprovero invitandolo ad abbandonare la composizione di «canzoni, e sonetti e frasche» le quali potrebbero condurlo alla dannazione («potrebbero dare un dì quello che tu serviresti») e a cimentarsi semmai nella stesura di «un libro di grammatica» seguendo i dettami della Chiesa, concludendo poi il colloquio con la promessa di un futuro incontro nel quale l'imputato Dante avrebbe dovuto dimostrare la sua sincerità di fede e sostenere quanto dichiarato nel poema («Non è tempo ora; ma saremo il tale dì insieme, et vorrò vedere queste cose»). Al che il Nostro, terminato l'incontro e tornato nella propria stanza, si mise a lavorare a «quel Capitolo che si chiama il Credo piccolino, il quale Credo è affermazione di tutta la fede di Cristo». Presentato il testo «al dì detto […], che dovea trovare il sopradetto inquisitore» e sottopostolo all'attento esame di quest'ultimo, «Dante allora si partì da lui et andossene sano et salvo»: alla lettura di quei versi il frate notò che essi fossero «notabile cosa» e fu tale la sua confusione da non sapere cosa rispondere, ma tanta anche l'ammirazione per quella mente così ricca da volerne divenire amico.

💡 Lo sapevi? Secondo la versione più accurata fornita da Rosa Errera, rispetto a quella riportata nel saggio di Paget Toynbee, il Credo venne composto da Dante in una notte per difendersi dalle accuse che i francescani gli rivolsero contro dopo aver letto con quale severità il Poeta aveva biasimato la corruzione dell'ordine (in Paradiso XII).

Dante e la lonza di Dorè nel canto I

Dante esiliato: un pellegrino inquieto

Fra le 'storie' sul conto del Sommo Poeta, infine, le più poetiche e pittoresche rimangono quelle relative ai suoi viaggi durante gli anni del confino da Firenze, per le quali egli «apparve da per tutto sui nostri monti e lungo le nostre marine» (Errera) - e d'altra parte fu lo stesso Dante a dichiarare di essere stato «per le parti quasi tutte alle quali questa lingua si stende» (Cn I, III, 4).

Una di queste risulta particolarmente preziosa per la presenza di alcuni dettagli di spessore inerenti alla genesi del capolavoro della Commedia. Fonte, di veridicità tuttavia discussa, sarebbe la lettera di un certo frate Ilaro al condottiero e capitano di ventura ghibellino Uguccione della Faggiola (1250-1319), al quale riferisce della visita al monastero dei monaci Pulsanti di Santa Croce del Corvo, tra il Monte Caprione e le foci del Magra (in area toscano-ligure), di un pellegrino che si scoprì poi essere proprio quel Dante della cui fama letteraria era giunta voce fin lì. Toccata «quella terra per andare oltremonti» alla ricerca di pace, il Fiorentino, dopo essersi verbalmente intrattenuto con il frate suddetto, «tràttosi di seno un libretto, lo offerse al monaco per sua memoria»: il volume in questione conteneva i versi del celebre poema dantesco, alla lettura dei quali «Ilaro, […], espresse […] il suo stupore perché pensieri tanto sublimi potessero essere stati espressi nella lingua del volgo», meraviglia cui l'autore «rispose che veramente egli avea pensato sulle prime di scrivere in latino; ma poi, considerate le condizioni dell'età presente, aveva preferito l'uso moderno a fine d'essere inteso». La missiva si conclude con il rimando da parte del frate all'invito rivoltogli dal Poeta affinché inviasse l'opera a lui consegnata ad Uguccione (cui sarebbe stata riservata la cantica dell'Inferno), aggiungendo che la seconda parte di questa era diretta al marchese e amico di Dante Moroello Malaspina (1268-1315), mentre la terza al re aragonese di Sicilia Federico III (1272-1337).

Sorvolando sull'autenticità certa o dubbia della testimonianza, appare significativa la notizia sull'originaria scelta del Nostro di comporre inizialmente la Commedia in lingua latina: guardando, in proposito, alla promessa (in chiusura della Vita Nuova) della realizzazione di un 'poema paradisiaco' in onore della Beatrice celeste, si potrebbe ipotizzare che l'idea di un più ampio componimento poetico in latino rientrasse nell'intento di rivolgersi ai dotti e a loro manifestare in cosa consistesse la nuova poesia d'amore, quello «stilo della loda» di cui si era già proposto in veste di suo primo cantore proprio nel libello giovanile.

Scritto da Vincenzo Canto
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