ritratto del poeta Giovanni Pascoli

Pascoli e le onomatopee: la musica delle piccole cose

Come il 'poeta delle tamerici' restituisce i suoni del mondo

Pensare alla poesia di Pascoli rievoca inevitabilmente tutta una serie di immagini liriche di grande suggestione visiva e sonora. Ma come il 'poeta fanciullino' giunga a queste finissime elaborazioni è materia poco trattata e, in realtà, assai importante: la musica delle parole, i legami fonici e analogici che intessono fra loro, le dinamiche visionarie da esse scaturite, sono alla base del discorso poetico pascoliano che su questa fitta rete si regge.

A riguardo se ne parlerà attraverso l'impegno di tre autorevoli critici, interessati ad indagare il complesso laboratorio compositivo del poeta: Cesare Garboli, Gian Luigi Beccaria e Luciano Anceschi.

dipinto:Allegoria della musica, donna suona la tiorba leggendo la musica sulla partitura. a fianco a lei ci sono altri strumenti come liuto, violino, flauto e organo

Onomatopea e illusione

Uno degli aspetti sul quale si pone l'accento quando si intraprende lo studio di Pascoli è quello del singolare uso che egli fa delle onomatopee. Non si tratta di semplici elementi verbali formulati ad esprimere un preciso suono o il verso di un animale, o almeno non soltanto di questo. La novità distintiva dell'onomatopea pascoliana risiede soprattutto nella sua applicazione 'sintattica', nell'incastrare cioè le singole formule fonosimboliche all'interno del linguaggio tradizionale, saldandole così al suo ritmo e 'grammaticalizzandole', trasformandole in parti proprie del discorso.

Raccolta completa di poesie di Giovanni Pascoli

A proposito di Giovanni Pascoli:

Giovanni Pascoli Tutte le poesie

Raccolta completa di poesie di Pascoli edita da Mondadori

Garboli (nel commento all'opera completa del poeta edito da Mondadori) riassume questo processo parlando di «"dilatazione a scopo fonosimbolico di elementi semantici" nella quale ormai si riconosce, […], la radice del linguaggio pascoliano», arrivando alla conclusione per cui l'autore, partendo dal noto binomio del «Vedere e udire» come unico dovere del poeta (Il sabato, II), risolva quest'ultimo privilegiando l'udito, sicché «il fatto acustico azzera la rappresentazione visiva».

Così, in Pascoli si rintraccia tanto la canonica onomatopea con la quale restituisce, ad esempio, il languore funereo dell'assiuolo in tutta la sua naturale sonorità:

[…];
sentivo nel cuore un sussulto,
com'eco d'un grido che fu.
Sonava lontano il singulto,
com'eco d'un grido che fu.
chiù… (L'assiuolo, vv. 13-16)

Quanto locuzioni fonosimboliche inserite nella trama compositiva con regolare coerenza sintattica, come è già possibile osservare nel testo sopra citato o, ancor più chiaramente, ne La mia sera:

[…];
sentivo il cullare del mare,
sentivo un fru fru tra le fratte; (L'assiuolo, 11-12)
Don… Don… E mi dicono, Dormi!
mi cantano, Dormi! sussurrano,
Dormi! bisbigliano, Dormi! (La mia sera, 33-35)

In quest'ultimo caso, infatti, l'ambiguità vocalica sulla quale il poeta gioca con estrema acutezza uditiva è l'esito massimo cui egli giunge in numerose liriche: il rintocco delle campane («Don… Don…») finisce, nella percezione dell'io, per formalizzarsi nell'imperativo pronunciato da un campanile ora 'umanizzato' («Dormi!»), con il risultato di una mescolanza del piano narrativo-descrittivo con quello della finzione poetica in un tutt'uno inscindibile di cui però, al contempo, se ne riconosce la natura fittizia (è l'impressione del poeta, non la realtà oggettiva).

💡 Lo sapevi? Il verso dell'assiuolo pascoliano, posto in chiusura di ogni strofa, diviene sempre più definito nella sua identità tramite il procedimento a climax di cui è soggetto: all'inizio è «una voce dai campi» (v. 7), poi è «singulto» (v. 15), infine «pianto di morte» (v. 23). Ne La mia sera, invece, le campane suscitano il ricordo, producendo una sorta di inversione del tempo fino al ritorno della coscienza dell'io al grembo materno.

Per dirla ancora con Garboli, «il Pascoli, […], si comporta come un pittore cubista che metta nel proprio quadro non un pezzo di cartone o un francobollo "veri", […], ma dotati di un'ambiguità materialmente insolubile», con un atteggiamento per cui se «da una parte provoca la messinscena, dall'altra la rompe».

dipinto di una scrivania piena di libri: la scrivania di Catherine M. Wood

La sintassi dei suoni

Il ruolo figurativo che la musicalità svolge all'interno delle composizioni pascoliane incide sensibilmente sulla loro costruzione.

Come nota il Beccaria (nel suo saggio L'autonomia del significante. Figure, ritmo, sintassi), alla tradizionale struttura 'progressiva', basata sulla classica sintassi di proposizioni coordinate e subordinate, Pascoli opta per una edificazione 'non progressiva' del testo poetico, fatta di richiami di suono scaturiti dalla ripetizione di parole o sintagmi ricorrenti in varie combinazioni retoriche (dall'anafora all'allitterazione, alla consonanza, ai parallelismi ecc.).

copertina del libro Pascoli e l'inconscio

A proposito di Giovanni Pascoli:

Fausto Curi: Pascoli e l'inconscio

Se da un lato una simile scelta comporta la frammentazione della lirica in sequenze disgiunte fra loro, dall'altro tale dispersione dell'esposizione viene contenuta proprio dal riproporsi dei medesimi stilemi che in questo modo legano strofe e intere parti della poesia, creando una fitta trama musicale con la quale l'autore riconduce il tutto all'unità.

In sintesi, recuperando le parole di Beccaria, quello adottato da Pascoli è «un procedimento per cui il fattore costruttivo del discorso, più che dall'associazione semantica, sembra risultare in via prioritaria dalla vicinanza ritmica (metrica e fonica) dei membri del discorso».

Volendo esemplificare, si prendono a modello i vv. 37-42 de L'ultimo viaggio (canto VI), in Poemi conviviali:

Egli era fisso in alto, nelle stelle,
ma gli occhi il sonno premeva, soave,
e non sentiva se non sibiliare
la brezza nelle sartie e negli stragli.
E la moglie appoggiata all'altro muro
faceva assiduo sibilare il fuso.

Alla domanda da porsi, secondo la quale ci si chiede cosa suggerisce al poeta, nel corso del montaggio narrativo, l'immagine di Penelope che fila, se la figura di lei «appoggiata all'altro muro» oppure l'estendersi in questi versi di un unico tema sonoro dominante (quello dato dall'allitterazione in /s/: fisso; stelle; sonno; soave; sentiva se; sibiliare; sartie; stragli; assiduo; sibilare; fuso), la risposta giunge alquanto chiara: che la sposa di Odisseo fili «non rientra in un disegno […] di immagini e di narrazione prefigurata, ma la scelta di quella precisazione, […] non è che il risultato di una scelta […] che il poeta fissa sulla pagina perché la coerenza formale con quanto precede glielo suggerisce». Quindi, quel «faceva assiduo sibilare il fuso» è un completamento necessario «sul piano della forma dell'espressione e non del contenuto».

💡 Lo sapevi? L'ultimo viaggio, parte dei Poemi conviviali (1904-05), è un poema in 24 canti (su modello dell'Odissea) nel quale Pascoli, guardando ad Omero a Dante e ad Esiodo, propone l'immagine di un Ulisse inquieto, pronto a lasciare tutto per ripartire ancora una volta, pur nella maturità inoltrata dei suoi anni. Ma questo secondo viaggio si compie all'insegna della disillusione: le rotte già battute non sono più le stesse, né incontra le figure del passato. Solo la morte, alla fine, lo accoglierà sulla spiaggia della ninfa Calipso.

Ne consegue che «le parole evocano le idee, e non solo le idee le parole»: è la lingua a stimolare la fantasia creativa da cui hanno origine le liriche di Pascoli, il primo in Italia a credere che la poesia abbia sede non in quello che dice (il messaggio), ma in come lo dice (lo stile, la forma).

Tuttavia, è errato pensare che suono e senso siano due realtà separate: il suono deriva dalle parole, e da «parole percepite come unità saldate semanticamente nell'unità del verso». Dunque, le espressioni presenti nelle composizioni pascoliane si somigliano sì sul piano fonico, ma si attraggono reciprocamente anche per il loro significato.

il quadro 'strumenti musicali' di Evaristo Baschenis - museo delle belle arti

I suoni delle cose

Sarebbe da chiedersi se la cura mostrata da Pascoli circa la musica del verso non sia in qualche modo riconducibile alla sua fanciullesca concezione della poesia, se questa attenzione alle voci della realtà non sia frutto del suo fondamentale esercizio alla meraviglia per i singoli oggetti della vita (punto di partenza di ogni buon poeta, come afferma nell'intervista rilasciata ad Ugo Ojetti nel 1892).

copertina del Myricae di Giovanni Pascoli

A proposito di Giovanni Pascoli:

Giovanni Pascoli: Myricae

D'altra parte, tale interesse sembra porsi in continuità con l'altrettanto prodigata necessità dell'esattezza del nome, cioè dell'uso proprio delle parole affinché esse parlino naturalisticamente degli oggetti indicati senza licenze, senza più sacrificarli in favore del volto estetico del testo. Da qui l'invito dell'autore ad aprirsi (che nel suo caso è un atto di ascolto pieno di curiosità infantile) all'impiego di lessici e registri poco frequentati dal repertorio lirico (come il dialetto, costretto dalla tradizione letteraria ad essere un prodotto di sola fruizione popolare e perlopiù associato a generi inferiori come la poesia comico-goliardica) o del tutto banditi (ad esempio quelli tecnico-scientifici della botanica, della zoologia, ecc.).

💡 Lo sapevi? Sulla questione della genericità nominale che la tradizione poetica insegue nell'indicazione degli oggetti poetici, il Pascoli si batte con impegno critico giungendo perfino a scontrarsi con grandi personalità letterarie tanto precedenti (come Leopardi, al quale riserverà - nel 1897 - una conferenza in nove capitoli sulle imprecisioni naturalistiche della sua poesia) quanto contemporanee (come D'Annunzio, cui implicitamente consiglierà di svecchiare il proprio linguaggio aulico e prezioso con qualche innesto dialettale e non strettamente lirico).

Ma, osserva bene il critico Anceschi in Le poetiche del Novecento in Italia. Studi di fenomenologia e storia delle poetiche, se è vero che l'occhio particolare rivolto al suono deriverebbe dall'importanza pascoliana per le cose del mondo, è ammissibile anche il contrario: il procedere analogico dettato dalla montatura fonica di cui si è detto prima, infatti, nell'eliminare i tipici nessi logici della sintassi regolare non fa altro che «esalta[re] e solleva[re] la precisione, l'esattezza, la particolarità dell'emozione» davanti ai piccoli grandi fatti dello spazio circostante, all'immagine che da essi il poeta riesce a trarre con la genuina complicità degli occhi e delle orecchie del sé bambino. Anche perché solo così è possibile rivelare le «essenze celate nel fenomeno»: Pascoli, «nell’assumere un dato, avvertito come poetico in sé, […] opererà sull’oggetto con infinito accorgimento per svelarne l’essenza particolare, per renderlo sempre più poeticamente attivo, più carico».

Scritto da Vincenzo Canto
Il musicista nellà modernità Il musicista nellà modernità

Divulgazione e rapporto con il pubblico