Indice · Introduzione · Danza macabra e Trionfo della morte
nel Medioevo
· La Danza macabra di Clusone · Memento mori nelle vanitas barocche Articoli
Arte

Memento mori nell’Arte

Rappresentazioni medievali (e barocche) della morte

Nella coscienza dell’uomo medievale, la morte costituiva una presenza ineliminabile della realtà: le continue pestilenze e carestie o i costanti periodi di conflitto di quegli anni, infatti, erano tutti accadimenti che certo contribuivano ad abbreviare la durata della vita di un individuo e ad avvicinare il momento del trapasso.

Tale prossimità, però, non ne esorcizzava il terrore, alimentato soprattutto dalla predicazione religiosa volta solo a ricordarne l’inevitabilità e l’imminenza, e quindi l’importanza di pentirsi in tempo onde evitare la sofferenza delle pene infernali.

Insieme alle orazioni, anche le realizzazioni d’arte figurativa operavano in questa direzione e con diverse modalità, a partire dalle più celebri: la Danza macabra e il Trionfo della morte.

Guercino, Et in Arcadia ego (1618-1622), particolare. Roma, Galleria Nazionale d’Arte Antica

💡 Lo sapevi? Cosa significa memento mori? Deriva dal latino (lett. ’ricordati di morire’) e ha origini antico-romane: quando infatti un condottiero entrava vittorioso in città, un servo al suo seguito rivolgeva lui alcune parole di monito (Respice post te. Hominem te memento, ‘Guarda dietro a te. Ricordati che sei un uomo’) affinché non si lasciasse prendere dalla superbia e da altre vanità mondane.

Danza macabra e Trionfo della morte nel Medioevo

La ‘Danza’ e il ‘Trionfo’ della morte si propongono come varianti artistiche, opposte ma complementari, di uno stesso tema: il fenomeno mortuario, personaggio fisso e quasi burattinesco, quale centro assoluto del teatro della vita.

Nei ‘Trionfi’ la Morte, nei panni di un enorme scheletro, miete con atto imperante le sue vittime umane senza operare alcuna distinzione fra sovrani, pontefici, nobili e gente comune, vincendo ogni terrena vanità.

In tale contesto, l’infallibilità del suo colpo di falce si fa altresì messaggera di un ulteriore monito per il fedele: quello dell’avvento del Giudizio finale. Al termine dell’esistenza si fa infatti corrispondere quello del mondo ben descritto nel libro delle Rivelazioni dell’evangelista Giovanni, testo-fonte di tutta una tradizione pittorica e scultorea fatta di eventi apocalittici, fosse infernali e tormenti che senza dubbio teneva alto il sentimento di terrore del loro avverarsi.

Anonimo, Trionfo della morte (1446 ca.). Palermo, Galleria Regionale di Palazzo Abbatellis

Le ‘Danze macabre’ nascono come rituali della morte (da svolgersi nei luoghi sacri o nei cimiteri) con l’intento di eliminare la paura della sua attesa e prenderne piuttosto confidenza, soprattutto in relazione alla diffusa isteria causata dalla grande peste nera del XIV secolo.

Ben presto, la ‘Danza’ diventa anche oggetto di raffigurazione: spesso raccolte intorno alla figura della morte personificata, si snodano lunghe processioni nelle quali uomini e donne di ogni ceto, accompagnati dal proprio scheletro, celebrano la caducità della vita e il livellamento operato dalla morte su ogni fronte, acquisendone consapevolezza.

Simone Baschenis, Danza macabra (1539), particolare. Pinzolo, chiesa di San Virgilio

💡 Lo sapevi? L’ etimologia del termine macabro, abbastanza recente, rimane controversa: forse proverrebbe dall’arabo o dall’ebraico, oppure dal nome di persona Macabré, figura delle canzoni di gesta (da cui il francese macabre). Secondo un’altra interpretazione, Macabré sarebbe invece un’alterazione di Machabée (’Maccabeo’), secondo l’attestazione latina del XV secolo chorea Machabaeorum (’danza dei Maccabei’).

La Danza macabra di Clusone

Il ciclo di affreschi realizzati da Giacomo Borlone de Buschis, tra il 1484 e il 1485, nell’area esterna dell’Oratorio dei Disciplini di Clusone (BG) è fra le creazioni più famose di fine Medioevo inerenti ai generi appena descritti: ‘Danza’, ‘Trionfo’ e inferi si fondono qui in un’unica composizione di ampio respiro, strutturata in verticale su tre registri dedicati ad ognuno dei motivi predetti.

💡 Lo sapevi? Giacomo Borlone de Buschis (1420-1487) fu un artista provinciale lombardo che, pur operando nel secondo Quattrocento, attinse ancora largamente al repertorio gotico cui applicò deboli nozioni della nuova arte rinascimentale, elaborando una visione neo-gotica e favolosa dal cromatismo acceso e ornato di carattere prettamente narrativo.

Esterno dell’Oratorio dei Disciplini a Clusone

Nel registro superiore, la Morte personificata signoreggia al centro in vesti regali, stringendo due ampi cartigli disciolti nei quali essa si presenta in quanto forza invincibile ed egualitaria, tesa a punire i colpevoli e a condurre i buoni cristiani a vita migliore.

Affiancata da due scheletri, rispettivamente armati di arco e archibugio, la Morte poggia su di un sepolcro di marmo aperto, dal quale si scorgono i cadaveri di un pontefice e di un imperatore assediati da serpenti, rospi e scorpioni (a simboleggiarne la corruzione fisica e morale). Tutt’intorno si accalcano re, vescovi e potentati impegnati a implorare e a offrire doni alfine di scongiurare la loro fine.

particolare del Trionfo della Morte. Clusone, Oratorio dei Disciplini

All’estrema sinistra dello stesso registro si apre la scena del cosiddetto ‘incontro dei tre vivi e dei tre morti’, altro tradizionale memento mori secondo il quale tre cavalieri a caccia incrociano i propri cadaveri nel bosco, specchio del futuro prossimo che attende loro come ogni essere umano.

particolare dell’Incontro dei tre vivi e dei tre morti, registro superiore. Clusone, Oratorio dei Disciplini

Il registro centrale ospita il grottesco corteo di scheletri sorridenti e personaggi viventi spaventati e disperati. Tra questi, partendo da sinistra, è innanzitutto possibile distinguere la figura di una fanciulla munita di specchio che riflette l’androne affollato di morti alle sue spalle.

Particolare della Fanciulla, registro centrale. Clusone, Oratorio dei Disciplini

particolare della Fanciulla, registro centrale. Clusone, Oratorio dei Disciplini

Seguono un monaco disciplino incappucciato nell’atto di flagellarsi; un contadino in abiti logori e fagotto; un oste con recipiente in mano; un funzionario di giustizia col bastone del comando; un mercante (o usuraio) mentre stringe la sua borsa piena di denaro; uno studente (o letterato) con penna e cartiglio.

Termina la fila un ultimo personaggio ben vestito, di cui però è difficile individuarne il profilo sociale.

particolare della Danza macabra. Clusone, Oratorio dei Disciplini

Alquanto deteriorata e frammentaria, la fascia inferiore oppone le due diverse sorti che spettano al cristiano nel giorno del Giudizio. A sinistra, una folla di corpi nudi rappresenta le anime dannate, accolte da un’enorme bocca mostruosa e incitate con veemenza da un diavolo munito di forcone.

Particolare dei Dannati, registro inferiore. Clusone, Oratorio dei Disciplini

particolare dei Dannati, registro inferiore. Clusone, Oratorio dei Disciplini

A destra, invece, un gruppo di disciplini oranti rivolgono lo sguardo verso l’alto, ad indicare la preghiera quale unica chiave di accesso alla salvezza.

Particolare dei Giusti, registro inferiore. Clusone, Oratorio dei Disciplini

particolare dei Giusti, registro inferiore. Clusone, Oratorio dei Disciplini

Memento mori nelle vanitas barocche

Il macabro torna nel Seicento a dominare la sensibilità europea. La popolazione, vessata dalle guerre e decimata dalle pestilenze, nonché influenzata dal diffuso pensiero gesuita incentrato sull’importanza della meditatio mortis, ricade nell’ossessione del trapasso, nell’angoscia per il proprio destino e nell’accesa volontà di ravvedersi. Così, dietro l’eccentrica sontuosità del Barocco, ribolle ciò che si potrebbe definire un rigurgito di timori medievali.

Philippe de Champaigne, Natura morta con teschio (1669). Le Mans, Musée de Tessé

A risentirne è tutta l’arte del XVII secolo, satura di vanitas variamente configurate. Bernini darà un saggio delle potenzialità drammatiche del tema mortuario nei monumenti funebri a Urbano VIII e Alessandro VII: in quest’ultimo si rintracciano, ad esempio, i motivi ricorrenti dello scheletro e della clessidra quali simboli della brevità del tempo e della prossimità della fine.

Gian Lorenzo Bernini, Monumento funebre a Papa Alessandro VII (1671-1678). Roma, Basilica di San Pietro in Vaticano

Tali significati troveranno ampia declinazione in numerosi altri elementi figurativi, specie combinati fra loro a formare le cosiddette ‘nature morte’: dal tulipano reciso che incarna il rapido appassire della vita alla pipa con la quale si rimanda al dissolversi in fumo dei piaceri umani; dai dadi che rimandano alla casualità del destino alla bolla di sapone come riferimento alla fragilità dell’esistenza.

Salvator Rosa, Humana fragilitas (prima metà del XVII sec.). Cambridge, Fitzwilliam Museum

Salvator Rosa, Humana fragilitas (prima metà del XVII sec.). Cambridge, Fitzwilliam Museum

E ancora boccali mezzi vuoti, piatti con avanzi di cibo, candele spente, strumenti musicali a riposo: tutti emblemi del termine, della decomposizione, del silenzio che giungono con l’arrivo della morte.

Evaristo Baschenis, Natura morta con strumenti musicali, globo e sfera armillare (XVII sec.). Vienna, Kunsthistorisches Museum

Talvolta l’espressione funebre o apocalittica è resa in modo più implicito. È quanto accade ne La parabola del ricco stolto di Rembrandt, dove l’avarizia è tale da far dimenticare all’uomo la minaccia della morte. Oppure nella Donna con bilancia di Vermeer, nel quale alle spalle della protagonista, ritratta nell’atto di pesare delle perle, si scorge una rappresentazione pittorica del Giudizio Universale.

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Jan Vermeer, Donna con bilancia (1664). Washington, National Gallery of Art
Scritto da Vincenzo Canto
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