Indice · La figura della Gertrude di Manzoni
tra Pasolini, Moravia e Battaglia
· Il 'comico' di Gertrude e l'ipocrisia
di Manzoni secondo Pasolini
· Il decadentismo manzoniano della
Monaca di Monza secondo Moravia
· La Gertrude (s)velata e il Manzoni
discreto secondo Battaglia
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Letteratura

La Monaca di Monza de I promessi sposi secondo il Novecento

La figura della Gertrude di Manzoni tra Pasolini, Moravia e Battaglia

Il personaggio di Gertrude è sicuramente uno dei più complessi ed enigmatici di tutto il romanzo manzoniano: su di essa l’autore milanese ha eseguito un lavoro così certosino e di tale perizia psicologica da riuscire a produrre, con indubbie abilità ritrattistiche, un’immagine abilmente modellata da un chiaroscuro di un certo spessore e senza alcun precedente. E, non a caso, la 'Signora' di Monza è stata oggetto di riflessione da parte di importanti personalità della cultura letteraria italiana, tutte ugualmente impegnate a porre in risalto l'oscura complessità del mistero che connatura tanto la fisionomia della monaca più celebre della letteratura quanto quella del singolare rapporto intrattenuto con il suo stesso artefice.

Mosè Bianchi, La Signora di Monza, 1865, Milano, Galleria d'arte moderna.

Il 'comico' di Gertrude e l'ipocrisia di Manzoni secondo Pasolini

Nel volume di recensioni scritte per il settimanale Tempo raccolte sotto il titolo Descrizioni di descrizioni (1975), Pier Paolo Pasolini annovera la Monaca di Monza fra i personaggi da lui più apprezzati (insieme a Renzo, sopra tutti, e a don Abbondio), contrapponendola invece (e, per alcuni, anche scandalosamente) a figure più esemplari quali sono Fra Cristoforo, l'Innominato convertito, il Cardinal Borromeo e Lucia, che definisce senza mezzi termini «orribili, pronti per un technicolor americano degli anni Cinquanta».

Raccolta completa di poesie di Giovanni Pascoli

A proposito di Pasolini:

Descrizioni di descrizioni

"Descrizioni di descrizioni" raccoglie gli interventi scritti da Pier Paolo Pasolini per il settimanale "Tempo".

Eppure Pasolini non sottrae nemmeno Gertrude da giudizi negativi, non tanto però rivolti al personaggio in sé quanto piuttosto alla costruzione che di esso ne fa il Manzoni: partendo infatti dalla considerazione per cui la triade da lui prediletta è interamente permeata di 'stile comico' (ossia realistico), il critico precisa poi che mentre Renzo è frutto di quel 'comico' che si intreccia con la zona accidentale della vita quotidiana – aspetto per il quale acquista un notevole realismo nettamente superiore a quello della più idealizzata Lucia, Gertrude, come anche don Abbondio, deriva la sua 'comicità' dall’«abisso del male, e ciò costringe il Manzoni a essere un po' ipocrita e gesuitico nei loro confronti: a fare un po' di manierismo moralistico (li perdoniamo, non li perdoniamo) e a scherzarci un po' su, con non troppa convinzione», quasi come se nel proporre all'interno del racconto soggetti tanto perturbanti avesse quale unico interesse quello di non sviluppare adeguatamente la loro verità reale ma di limarla tacendo, dissimulando e semmai agendo secondo gli imperativi dei propri principi etici, precludendo all'opera la possibilità di dotarsi di una certa polifonia di caratteri.

Indicativa di questa dinamica di pesi e contrappesi è la compresenza, alla base del profilo della Monaca di Monza, di due diverse componenti: il suo essere, da un lato, emblema assoluto della «peccatrice che si deve ignorare e tener lontana da sé con orrore»; e dall'altro, in contrapposizione, l'essere «monaca, e la sua veste religiosa è una barriera decisamente invalicabile eretta dalla Censura».

In questo cozzare di eccesso e attenuazione è possibile cogliere un altro importante particolare del laboratorio artistico di Manzoni, ovvero la tendenza dell'autore a cristallizzare la femminilità in 'tipi', in stereotipi, frutto di quel complesso psicologico strettamente legato al trascorso biografico dello scrittore, segnato dal difficile rapporto con i genitori e specie con la madre (per altro all'origine della successiva decisione del giovane romanziere di rifugiarsi in collegio): un chiaro esempio di ciò è, in primissimo luogo, Lucia, figlia di quella stessa 'Censura' che fa di lei incarnazione di un estremo 'porgere l'altra guancia', di un artificioso e quasi stucchevole abbandono al martirio sempre accolto come manifestazione della volontà divina, e non solo quando esso proviene dall'esterno ma spesso auto-inferto come sorta di punizione corporale (e così si potrebbe guardare, ad esempio, al voto di castità, ulteriore ostacolo che si aggiunge «a tutta la serie di impedimenti, che costituiscono la trama del romanzo»).

Non meno esente dagli effetti di questa 'nevrosi' manzoniana è la stessa Gertrude, nella quale però il convivere - non senza un certo conflitto, come già detto - di due diverse 'cristallizzazioni' (quella dell'antagonista totale e negativo e quella del personaggio religioso il cui velo è garanzia di virtù) provocano un cortocircuito del sistema creativo autoriale per cui l'una componente amplifica l'altra e viceversa, facendo sì che quanto più si insista sulla condizione monacale della 'Signora' tanto più 'incredibili' appariranno i suoi misfatti, generando un paradosso che porta la figura di Gertrude a sfuggire al controllo del suo stesso creatore e a dotarsi, in tal modo, di una pericolosa evidenza maggiore (e forse, perché no, anche imprevista).

Giuseppe Molteni, La Monaca di Monza detta "la Signora", 1847, Pavia, Musei civici.

Giuseppe Molteni, La Monaca di Monza detta "la Signora", 1847, Pavia, Musei civici.

Il decadentismo manzoniano della Monaca di Monza secondo Moravia

A sua volta Alberto Moravia, nel suo saggio L’uomo come fine (1964), individua nel personaggio di Gertrude il momento più alto del 'proto-decadentismo' di Manzoni e una delle migliori storie di 'conversione' - in negativo - del romanzo: quella della 'Signora' monzese è infatti la vicenda di una «lunga e tortuosa corruzione, […], seguita passo passo con una mirabile capacità realistica e inventiva», al punto da venir presentata quando, addirittura, sta «ancora nascosta nel ventre di sua madre», quasi nell'intento di dare al lettore la possibilità di ripercorrere la «progressiva metamorfosi dell'innocente bambina prima in disperata bugiarda, poi in monaca fedifraga, quindi in adultera e infine in criminale», in una parabola narrativa paradigmatica che «è quanto di più forte sia stato scritto sull'argomento della corruzione».

💡 Lo sapevi? Sempre ne L'uomo come fine, Moravia fornisce una propria definizione di 'decadentismo' in riferimento al romanzo di Manzoni, descrivendo questa etichetta come «un atteggiamento psicologico, morale e sociale, prima ancora che letterario», un comportamento psico-socio-morale, quindi, che è di debolezza e malattia, ma proprio per tal motivo autentico e quindi poetico. Non a caso, Moravia sostiene che proprio su personaggi come Gertrude e don Abbondio sia forita l'arte più sublime dello scrittore milanese.

Raccolta completa di poesie di Giovanni Pascoli

A proposito di Moravia:

L'uomo come fine

Il Moravia saggista racchiude in questo libro il meglio della sua produzione artistica.

La parabola di trasformazione che vede Gertrude protagonista costituisce, quindi, un esempio impareggiabile tanto rispetto alle altre esperienze analoghe intratestuali (come quelle dell’Innominato e di Fra Cristoforo) quanto in confronto a casi affini sul piano intertestuale: Moravia avanza, in proposito, un confronto con la Religeuse di Denis Diderot, e afferma che «si avrà l'impressione di paragonare un pozzo profondo di acqua nera e immobile a un liquido e veloce ruscello», proprio in virtù del differente grado di chiarezza garantita dagli autori sui rispettivi personaggi. Se Diderot

conosce le cause della corruzione e ce le addita, Manzoni, come nel caso di don Abbondio, preferisce tacerle. […] la corruzione di Gertrude è una corruzione «bella»; ossia una corruzione misteriosa, oscura, senza cause e, si direbbe, senza effetti: nata da una fatalità ambiguamente storica e sociale, essa si perde nel silenzio e nell'ombra della Chiesa.

💡 Lo sapevi? La religieuse di Denis Diderot è un romanzo che l'autore completò intorno al 1780 ma che vide una pubblicazione soltanto postuma nel 1796. Si narrano le vicende di Suzanne Simonin, protagonista e narratrice, costretta dalla madre a prendere i voti in un ordine monacale di clausura e per questo intenzionata a romperli. In questa sua decisione troverà la fiera opposizione della madre superiora, che su di lei infierirà moralmente e fisicamente. Riuscita Suzanne nell'intento, sarà tuttavia costretta ad una condizione di clandestinità vissuta nel terrore di essere ripresa.

Ad ogni modo, con la Monaca di Monza Manzoni fornisce un saggio della sua capacità di artigiano del racconto, sopraffino nell'inserire all'interno di una elaborata macro-storia una sottotrama altrettanto articolata e finissima, la quale potrebbe senza alcuna difficoltà staccarsi dalla sua imponente cornice narrativa per farsi creazione artistica autonoma. E lo stesso Moravia in merito non manca di sottolineare, ancora una volta, l'alterità del personaggio e quindi il suo notevole rilievo, nei termini relativi all'impostazione della vicenda e in quelli del legame con l'autore:

non ha mai un momento di astrazione, mai cade nell'affermato e non dimostrato, nel detto e non rappresentato, come avviene per la storia dell'Innominato. È invece un seguito serrato e incalzante di immagini, di cose, di oggetti, di situazioni, di personaggi. E il Manzoni non si limita a fare lo storico imparziale, come quando riassume in poche pagine la criminale carriera dell'Innominato; al contrario stabilisce fin dall'inizio un suo forte e soggettivo rapporto con la figura di Gertrude; rapporto fatto al tempo stesso di accorata pietà e di raffinata crudeltà.

Nicola Consoni, La Monaca di Monza (Gertrude), 1861.

Nicola Consoni, La Monaca di Monza (Gertrude), 1861.

La Gertrude (s)velata e il Manzoni discreto secondo Battaglia

Perfettamente in linea con il pensiero moraviano, lo studioso catanese Salvatore Battaglia, nella sua Mitografia del personaggio (1968), non solo qualifica la storia della 'Signora' come un «un piccolo romanzo autonomo nel vasto corpo della narrazione», ma addita l’esistenza di un nuovo rapporto fra autore e personaggio, che va a definire nelle sue parti presentandolo innanzitutto come mutato nella sostanza: abitudine di Manzoni è quella di porsi dialetticamente verso le proprie figure create, un irriducibile contrasto dato dal costante processo di razionalizzazione della realtà, fatta di «destino» e di «segreti disegni della Provvidenza», il quale fa sì che la scrittura manzoniana risulti in grado di accogliere «una sensibilità passionale e romantica» ma solo dopo averla ridimensionata e incanalata «nell'ordine razionale».

Raccolta completa di poesie di Giovanni Pascoli

A proposito di Salvatore Battaglia:

Mitografia del personaggio

Ma dinnanzi a Gertrude e al suo «groviglio morale […] lo scrittore si sente interdetto e allarmato», vagabondo in uno spazio psicologico profondo e oscuro, dai confini sempre più evanescenti e senza via d'uscita, dove insufficiente appare la razionalità della propria morale cui si affida per illuminare le fitte ombre dei meandri del male:

[...] Il narratore non riesce a superare la perplessità dell'uomo sano che si arrischia di sondare le regioni malate della vita. Più che un'esitazione egli avverte la oscura minaccia del contagio morale. Perché anche il male, non appena si anatomizza, comincia ad ottenere un margine di giustificazione, o per lo meno beneficia delle attenuanti che la vita e la società finiscono sempre per concedergli. L'analisi stessa porta al realismo, vale a dire ad una disposizione comprensiva verso la realtà e l'esperienza.

Da narratore onnisciente e solito a riservarsi un suo 'cantuccio' dialogico, Manzoni rende spesso noto al lettore il suo giudizio su fatti e persone: ma se nei confronti di alcuni fornisce considerazioni nette, recise, non problematiche perché dettate in maniera predefinita dal proprio codice etico (è ciò che accade con don Rodrigo), nei riguardi di Gertrude, invece, mostra estrema cautela, quasi un timore verso caratteri che percepisce nella qualità di «sostanze venefiche» (e in questo Battaglia anticipa l'attenzione che Pasolini ha proiettato sui limiti della creatività manzoniana dovuti alle sue riserve morali e alla dissimulata paura che nutre verso certi aspetti negativi del reale). E questa calcolata discrezione dell'autore incide notevolmente sulle pagine che della 'Signora' ne restituiscono il profilo:

Ne deriva un'elaborazione stilistica d'impareggiabile delicatezza. Neanche la conversione dell'Innominato, che è il tratto più difficoltoso di tutto il romanzo, gli è costata tanta attenzione e scrupolo. Il tratteggio ch'egli fa della Monaca di Monza è di una consapevolezza così tesa che pare debba spezzarsi ad ogni istante. Da un rigo all'altro il Manzoni guadagna alla luce dell'espressione un lembo di vita maledetta. Per questo la Monaca di Monza è il personaggio più moderno dei Promessi Sposi. I protagonisti che la narrativa dell'Otto e Novecento è venuta allineando nella nostra letteratura, non hanno, tutti insieme, la profondità ermetica che possiede la creatura manzoniana, o per lo meno, nessuno di loro lascia quel segreto sgomento che comunica Gertrude. Il Manzoni è riuscito a renderla patentissima [assai evidente] pur lasciandola avvolta in una insondabile segretezza.

Proprio in questo suo binomio qualitativo di «evidenza e mistero», come lo definisce Battaglia (in ciò riallacciandosi in parte a quanto già detto da Moravia sulla 'bellezza' dell'enigma di Gertrude), in questo suo instillare al lettore la chiara consapevolezza dell'esistenza nel personaggio di segreti impenetrabili, la Monaca di Monza trova la sua singolare inimitabilità; e questo insieme alla metaforica 'inafferrabilità' di lei rispetto al suo creatore, il quale nel «chiarir[n]e la condizione morale […], finisce col darle un più esteso alone d'ombra».

Scritto da Vincenzo Canto
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